Un uomo, in uno spazio reale o immaginario, fa ordine. E mentre sistema parla di qualcuno, o meglio, a qualcuno. Un altro uomo. Un prete scomodo, un rivoluzionario appassionato, ma più di tutto, un maestro. Che ha mostrato e insegnato il potere della parola, la virtù della disobbedienza e l’ingiustizia della parità. Che ha sacrificato tutto per mantenere fede al suo motto. I CARE.
E tra presente e memoria, come interferenze cariche di minaccia, si manifestano entità ostili, che si nascondono dietro maschere di perbenismo, legge e potere.
Mi importa. Un giuramento fatto agli ultimi, agli invisibili. Un giuramento partito da un paesino sperduto della Toscana e che ancora oggi viaggia per il mondo.
Note di regia
Quando Lindo Nudo mi ha chiesto se me la sentissi di
occuparmi del progetto su Don Milani sono stato investito da
un misto di orgoglio e di timore. La vastità del materiale
esistente sulla sua vita e la sua metodologia educativa,
entrambe ancora oggi discusse da punti di vista e con
giudizi diversi, la profondità del personaggio, il numero
considerevole di tentativi e modi di raccontarlo in teatro
rendono il priore di Barbiana una sfida.
L’idea, presa in prestito dal Priore stesso, è stata quella
di mettere al centro la parola. Per creare un dialogo col
Priore stesso, ma anche per costruire quadri e tempi di una
narrazione sentita come necessaria ad ogni tempo, ma forse a
questo un po’ di più.
La parola seminata e curata per avere frutti che diventino
eguaglianza tra le persone di ogni classe sociale,
fratellanza tra i popoli, evoluzione personale e quindi
collettiva. La parola che nel suo corpo di carne e sangue
diventa anche poesia di suoni, richiami e immagini.
Come nella realtà, a contrastare l’azione del Priore,
emergono, drammaturgicamente essenziali, le voci di alcuni
suoi antagonisti, entità caratterizzate, ma senza un volto
realmente umano. Ne ho scelti tre, che mi sono sembrati più
significativi: un industriale bigotto che sarà tra i fautori
dell’esilio di Barbiana, un pubblico ministero del processo
per apologia di reato e un sacerdote di quella Curia
fiorentina che lo ha esiliato e trattato da appestato.
La scena, come in altri miei spettacoli, cerca di essere
evocativa ed essenziale, rimandando a luoghi che , pure
nella loro concretezza, rimangono come sospesi.